L’immagine oltre l’immagine

Video Arte e Cinema Sperimentale.

 Se qualcuno mi chiedesse qual’è la differenza tra la Video Arte e il Cinema Sperimentale?

Potrei cercare di rispondere in due modi. Uno didattico, utilizzando il già detto, come informazioni storiche, teorie sviluppate da critici ed esperti del settore che si sono espressi con energico entusiasmo  ripercorrendo la strada dei maestri pionieri dai primi del novecento, trattando di quella “cinegrafia integrale” ipotizzata da Germaine Dulac e Luigi Pirandello che definirono il cinema “musica per gli occhi”, fino a giungere alla forma poetica del “Cine Occhio”, con le innovazioni di tecnica di ripresa come immaginarono Dziga Vertov, Ejzenstejn, Majakovskij ed altri sperimentatori loro contemporanei. Per arrivare poi agli anni ’60, con il movimento Fluxus, dal quale emerse l’artista coreano Nam June Paik, e notare come la limitazione delle forma narrativa, la necessità artistica di destrutturazione del linguaggio convenzionale, abbia fatto sì che artisti come Steina e Woody Vasulka (primi anni ’70) adottarono l’immagine elettronica per tradurre il loro pensiero; e di come tutti coloro che in seguito hanno contribuito con straordinaria maestria ad estendere la percezione del tempo e dello spazio proponendo forme cinematografiche sperimentali, come ad esempio Robert Cahen, Bill Viola, Gianni Toti. Ma per questo genere di risposta basta avere i testi giusti e tempo per qualche ora di lettura.

Allora, forse, potrebbe essere il caso di rispondere tramite l’esperienza diretta e, senza intrattenermi tanto sul come e perchè il mio percorso dalla pittura e scultura si sia diretto verso l’arte digitale, cercherò di sintetizzare tutto in poche righe, frammenti di pensieri tra le pagine di un diario. Ci sono idee, emozioni che devono andare oltre la forma per incontrarsi. Storie da raccontare con il linguaggio del nuovo millennio; e quale potrebbe essere più adatto di un tracciato di luce per comporre colori e suoni, vibrazioni vive che circondano il pensiero?

Nel caos dell’inquinamento acustico e visivo, l’unione delle arti classiche con la scienza, la tecnologia, è certamente il paradosso ideale per superare ostacoli intellettuali, e coinvolgere lo spettatore su altri livelli di percezione.

La video arte è una forma d’arte che utilizza la luce come materia prima. Un circuito accende lo schermo del televisore o monitor, e questo diviene uno spazio virtuale di “emissione” visiva. Questo implica il “guardare dentro”, argomento che meriterebbe senza dubbio un approfondimento. L’immagine che si esprime nella video arte non contempla tecniche di ripresa cinematografiche e sostegno della traccia narrativa, poiché l’intento è quello del quadro in movimento elettronico nella destrutturazione delle forme in nome della sensazione pura. Questa tecnica per la sua praticità di messa in opera è stata usata per video installazioni in spazi interni ed esterni.

Anche il cinema si avvale della luce, ma in questo caso si tratta di una lampada che proietta un fascio luminoso su una tela, e la “proiezione” ha a che vedere con la rielaborazione delle “ombre”, ricordiamo le sagome che in passato venivano proiettate sulle pareti per ricreare suggestive raffigurazioni alla fioca luce di candele. Nel termine semantico di “proiezione” ritroviamo anche tutto il simbolismo della “Caverna Platonica” sul quale possiamo riflettere a lungo. Con il cinema sperimentale lo spettatore è invitato alla percezione di spazi e tempi virtuali generati da movimenti di macchina, piani sequenza, profondità di campo fino alla terza dimensione. La finzione si spinge ai limiti della narrativa che assume un aspetto interattivo con più osservatori contemporaneamente che sono chiamati a sperimentare l’immagine oltre l’immagine, il terzo punto di vista.

Seguendo questa linea di pensiero nel 2003 in collaborazione con il musicista Filippo Francione, nacque il progetto di una trilogia: “Il Frastuono dei Limiti”. Le tre opere “Percezione”, “Fondi di Bottiglia” e “TV Notte”, erano per me il primo esperimento di fusione tra colore, forma e suono, ovvero l’evocazione della suggestione visiva del suono tramite l’elaborazione elettronica delle forme. Queste furono create in modo tale sia da essere “guardate dentro” uno schermo, che in “proiezioni” cinematografiche.

Il risultato ottenuto da questa esperienza ha decisamente indirizzato il mio lavoro verso il cinema sperimentale e scenografie virtuali per concerti e opere teatrali, come in “Metafora sulla Libertà” (2009) messa in scena di un racconto del critico d’arte Prof. Dino Carlesi e “Quarter” (2012) concerto del pianista Alessandro Lanini. Questo per il fascino assoluto del luogo oscuro, del fascio di luce che lo attraversa, della condivisione con più persone, in tempo reale, di un sogno virtuale.

G. F.